Dalla Famiglia della Madonnina del Grappa

Dalla Famiglia della Madonnina del Grappa
(Il Focolare 29 Settembre 1957)

(Riportiamo il discorso tenu­to dal Padre nel refettorio di S. Maria Novella in occasione della Settimana di Aggiornamento Pastorale.)

 

Gli inizi

Che cosa è La Madonnina del Grappa? Un sacro cimelio della guerra 15-18?

Si, un cimelio che splende di tanta lu­ce di fede e ripete il messag­gio di migliaia di giovinezze chein un'ora decisiva tutto donarono per la salvezza della patria.

Il sec. XIX° si era chiuso in un'atmosfera di delusione e di amarezze. Le più contrastanti ideologie, ricche di promesse fal­laci, annebbiavano le menti e rendevano aridi i cuori. Gravis­simi problemi sociali incombevano.

Le masse popolari erano in fermento, in tutti un desiderio di elevazione espresso nel gesto di piantare la croce sulle più alte cime delle montagne per ricordare che soltanto il sacri­ficio di Cristo può donare la redenzione e rendere sacro il vincolo della fraternità.

Tutti i bambini d'Italia coi loro sacri­fici vollero che fosse eretta l'im­magine della Madre Celeste sul Rocciamelone (Piemonte). La po­polazione veneta volle sul suo Grappa eretta l'immagine soave della Madonnina.

L'allora Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto, salì sul Grappa e benedisse la statua il 4 Ago­sto 1901. Noi vorremmo conosce­re le parole sgorgate allora dal cuore di Colui che due anni dopo, proprio il 4 Agosto, pian­gente e riluttante, fu eletto Pa­pa col nome di Pio X°.

Furono certamente parole di ardore apostolico, invocanti la pace ai popoli ed alle nazioni. Nel suo animo presago intuì for­se la missione della Madonnina nella guerra 15-18?

La Madonnina e il Generale Giardino

Nelle sue "Memorie" il Co­mandante dell'Armata del Grap­pa, Gen. Giardino, così dice: "Tutte le Armate ebbero un giornale. Tutte le Armate, e quasi tut­te le Unità, fino alle minori, ebbero una medaglia. Qual­che Armata ebbe una canzone. L'Ar­mata del Grappa, prima ed infinita­mente più alto di tutto ciò, ebbe la Madonnina.... Chi scrive ha assistito di persona e non cre­de che alle Crocia­te si sia potuto am­mirare nulla di più sincero, di più con­vinto, di più gran­de. Così al Grappa, la Madonnina è stata il maggior pre­sidio morale al va­lore, alla serenità, al sacrificio dei com­battenti. Dopo la guer­ra, culto della Ma­donnina e culto dei morti del Grappa divennero un solo culto.

In guerra erano un culto solo, quel­lo della Madonnina e quello della pa­tria difesa... Il 14 Gennaio 1918 lo scoppio di una grossa granata austriaca rovescia­va la Madonnina dal suo pie­distallo, frantumandone il fian­co sinistro. I soldati la porta­rono giù alla Chiesa di Crespa­no colla pia sollecitudine che usa­vano per i loro compagni ca­duti. E sul monte rimasero il sacello e la fede. La guerra fini, la fede durò....; il 4 Ago­sto 1921 la Madonnina risaliva al suo Grappa, al suo sacello. Alla solennità religiosa, memori e reverenti, a pubblico ricono­scimento, in quei tempi ancora bestemmiatori della forza subli­me che l'Altissima Patrona ave­va rappresentato nelle battaglie del Sacro Monte, intervenivano col comandante dell'Armata, tut­ti i comandanti dei corpi di armata .del Grappa, a viso aperto, in grande uniforme, con le loro decorazioni. Ed ogni anno, il 4 Agosto, la rievocazione si rinnova. Segno veramente eter­no, di forza eterna.... ».

Ho voluto conservare intatto lo scritto del generale Giardi­no, prode comandante dell'Arma­ta, perché le sue parole mi sono sembrate una testimonianza così viva della fede del Co­mandante e dei soldati; testi­monianza dalla quale io stesso ho attinto preziosi insegnamenti nel­la mia missione di cappellano militare nei mesi trascorsi fra "i soldatini" del Grappa. Quan­te mirabili lezioni ricevetti dai miei fanti, coi quali condivisi di­sagi e pericoli! Vissi le eroiche e sanguinose ultime giornate del Monte Grappa che prepararono la fulgida vittoria. Compresi sem­pre meglio che la Madonnina era davvero forza e presidio dei soldati; forza e presidio di que­sto povero prete che alla Ma­donnina affida i suoi desideri di bene ed invoca protezione e gui­da.

Prime vicende parrocchiali

Chiamato il 1° Novembre del 1912 dalla obbedienza a reg­gere la Parrocchia di S. Stefa­no in Pane, compresi subito le difficoltà del mandato e chiesi di essere esonerato: la chiesa bi­sognosa di importanti restauri, cosi pure la canonica, ridotta a pochissime stanze in rovina; un grave debito del mio ante­cessore che si voleva mi assumessi l'impegno di saldare; il meschi­no beneficio affittato ad un pa­rente dell'ex-titolare. A Natale non avevo la somma per dare l'offerta al sacerdote che, nei giorni festivi, celebrava la terza Messa. Scrissi a S. Em. il Card. Mistrangelo il quale mi inviò lit. 50, somma allora non di­sprezzabile.

Non era la questione econo­mica tuttavia che mi spingeva ad insistere nella rinuncia. Era, soprattutto, la situazione morale, che mi faceva presentire lotte e sacrifici gravissimi. La Par­rocchia contava 10.000 abitanti ed era in continuo aumento. Per un anno stetti senza l'aiuto di un curato e in un ambiente di lotte politiche gravissime. Dio solo sa le mie intime angosce davanti a situazioni penose! Quante esplosioni dovette frena­re il mio carattere romagnolo! Misconosciuta la verità, calpe­stata la giustizia, la menzogna eretta a sistema di lotta, la Chie­sa quasi deserta, la processione del Corpus Domini sospesa per gravissimo sacrilegio compiuto contro il SS. Sacra­mento; la Ven. Mise­ricordia rimasta in ma­no a coloni onesti e laboriosi, ma incapaci di amministrare una istituzione suggerita ed animata dalla carità cristiana.

Intervenne con pole­mica astiosa la stampa. Non mi mancava­no argomenti ma, in­vece di diatribe, pen­sai molto più efficace l'esempio di una vita umile e povera, aiuta­to dalla preghiera dei bimbi innocenti e dei sofferenti.

L'atmosfera era per­meata di gelidi silenzi e di spavalde irruenze. In un borghetto si giunse ad elevare una barricata, per impedire al sacerdote di benedire le case. Quando si accorsero che era il Parroco in persona si fecero in quat­tro a disfare la barricata di carrocci e cassettoni per aprirgli un valico. Tutte le case si apri­rono al sacerdote che, Dio solo sa, con quale sentimento le be­nedisse. Soltanto una porta, vi­gilata da una povera giovinetta di 14 anni che mi fece tanta pena, rimase chiusa.

Iniziai la pubblicazione del Bollettino Parrocchiale piccolo fo­glietto redatto con semplicità e con grande carità. Aprii una scuola serale per disegnatori, per gli aspiranti alla licenza tecni­ca e una scuola di musica: piccoli mezzi che il Signore benedisse largamente. Posi le basì di un Circolo femminile, retto da statuti che poi ebbi la gioia di vedere che collimavano quasi al­la lettera con gli statuti dati da Benedetto XV per tutta la gio­ventù cattolica italiana femmi­nile.

La prima guerra mondiale " Il Nido",

24 maggio 1915 : dichiarazio­ne di guerra e chiamata alle armi. Fui anch'io soldato non essendo per la mia giovane età compreso tra i parroci esonera­ti. Avevo insistito con i miei gio­vani del Circolo "Studenti Me­di" "Italia Nova"» e coi .po­chi giovani della parrocchia incitandoli a compiere tut­to il loro do­vere. Era giu­sto quindi che anch'io mi unissi per­sonalmente ailoro sacrifici e alle loro generose im­molazioni.

Il 1° Giu­gno 1915 ave­vo aperto il "Nido" per i figli dei ri­chiamati, pri­mo asilo nel­la vasta zona di Rifredi. Sorsero dopo quelli della Galileo e di altri stabili­menti. La preghiera dei piccoli certo fu accolta dal Signore e re­sa feconda per le istitu­zioni future. I babbi com­battenti rice­vevano la cer­tezza che sipensava ai lo­ro figli. Una onda di carità pervase tutto il rione, san­tificando lacrime ed ansie.

Tornato in parrocchia nel feb­braio del 1919 portando nell'ani­ma le visioni terrificanti della guerra, non risparmiai fatiche perché il cuore sanguinante dì tante mamme fosse consolato dal­le immortali speranze cristiane e la giovinezza gustasse tutto il fascino mirabile del messaggio di Gesù.

Dal 1918 al 1928, periodo di dittatura, continuò l'atmosfera di lotte e di intimidazioni.

Il mio atto di sospendere le elezioni del Consiglio della Ven. Misericor­dia perché i dirigenti fascisti volevano imporre un loro can­didato: la rimozione della ban­diera in una festa del partito, mi cagionarono una lotta che durò quasi un intero anno.

Ol­tre a queste ostilità, preconcetti, cattive interpretazioni. Dichiarai fermamente che, come sacerdote, rendevo conto delle mie azioni a Sua Em. il Card. Arcivescovo e come cittadino ai rappresen­tanti della legittima autorità e non a quelli di un partito. Da quel momento, fino al 28 otto­bre 1922 fui guardato da due soldati a turno che si eclissa­rono con l'entrata in Roma.

Nel periodo fascista nessun aiu­to domandai alle Autorità. Quan­do fu bruciata la "Società Mu­tuo Soccorso" la mia protesta per una battaglia così incivile fu letta in tribunale. Quando il popolo rioccupò la sede e fu­rono buttati via i documenti fa­scisti, gli operai mi dissero che fra i documenti vi era la let­tera dì Pavolini il quale ordi­nava che io fossi inviato al confino.

La fondazione dell'Opera

Intanto "II Nido" continuò la sua benefica missione nel 1921, e fu affidata la direzione alle "Ancelle del Sacro Cuore" di Bologna che tuttora a nome dell'Opera lo dirigono nella va­sta parrocchia di "Regina Pacis" formata recentemente da una parte del territorio già ap­partenente alla Pievania di S. Stefano in Pane. (L'Opera nei suo apostolato comprende an­che i Nidi e gli Asili negli am­bienti più poveri e più perico­losi per la infanzia).

Il Nido e le scuole serali fu­rono preludi al programma dell'Opera che iniziò la sua mis­sione nel novembre 1924. Con l'aiuto di anime buone si era costruito il nuovo locale per "Il Nido"la cui prima pietra era stata benedetta dal Card. Mistrangelo essendo madrine due eroiche mamme: Ida Falorsi che nello strazio del suo cuore per la morte in combattimento di tre figli seppe riaffermare tutta la sua fede cristiana ed italia­na; Diana Borsi che fu degna madre di Giosuè.

Ogni domeni­ca si faceva la raccolta dei mat­toni: una processione, composta in gran parte di piccoli, si di­rigeva verso il luogo della co­struzione dove ciascuno deposi­tava un mattone.

Un piccolo orfano di entram­bi i genitori di due anni l'ave­vo fatto ricoverare nell'Istituto dì Varlungo impegnandomi a ver­sare ogni mese la retta. Ma vi erano altri orfani da collocare. Bussai a vari Istituti, ma invano: la retta era troppo elevata. Al­lora decisi di prenderli con me. Li collocai in un piano superiore dell'Asilo, assistiti maternamente da una signorina della Parroc­chia che poi si consacrerà all'O­pera.

I fabbricati aumentavano ed aumentavano i pensieri e le re­sponsabilità. Anche due giovani della Parrocchia si dichiararono disposti ad attendere all'educa­zione degli orfani.

Le domande di ricovero erano insistenti e tut­te di casi pietosissimi...

Dal 1924 ad oggi l'Opera ha assistito oltre 3000 figliuoli ed è fiera di aver dato alla Chiesa 14 sacerdoti, alla società 43 lau­reati, 51 maestri, 60 ragionieri e geometri e molti impiegati ed operai specializzati. Oggi essa ac­coglie circa 900 figlioli nelle sue 14 case, sparse nella Toscana.

Allo scatenarsi della 2a guer­ra mondiale l'Opera accolse il grido di implorazione di tanti bimbi rimasti per tante iniquità e barbarie privi dei genitori. In­tere popolazioni furono distrutte con orrenda ferocia.

L'Opera giunse ad assistere 1200 orfani. Un sogno brillava nella mia anima: circondare la nostra città con una fascia di fortilizi spirituali, cioè le case dell'Opera. Così, dai punti estre­mi della città, Rifredi, Montughi, Rovezzano, S. Niccolo, Marignolle, S. Martino alla Pal­ma, ascendeva una preghiera in­vocante pace e fraternità. Gli ultimi giorni della guerra fu­rono tremendi. Fu interrotta ogni comunicazione con i miei fi­glioli che avevano trovato rifu­gio nei sotterranei all'Istituto del­la Quiete ed un gruppo nell'Isti­tuto "Passerini" a Scandicci.

Fui minacciato di fucilazione perché avevano trovato in casa le divise di un ufficiale italiano morto in guerra che una pia signora aveva mandato, perché io pregassi per un suo figliolo e perché le utilizzassi, essendo di panno buono, per i miei orfani.

Tedeschi al Mulino

Nelle case dell'Opera non mancarono episodi dolorosi di prepotenza e di ferocia. Vi tro­varono rifugio e salvezza alcuni ebrei ed i loro bambini.

Dal comando tedesco si era ottenuto il permesso di macinare il grano nel mulino dell'Opera per gli ammalati dell'Ospedale di Careggi. II trasporto della fari­na era effettuato dai Partigiani, travestiti con l'abito degli infermieri. I Tedeschi di sorpresa vanno al Mulino e portano via il pane preparato per gli am­malati. Nuova visita ed ispezio­ne dei Tedeschi. Il ragazzoche stava di vedetta al Mulino tut­to affannato si precipita: "Pa­dre, i Tedeschi sono di nuovo al Mulino!"

  • Porteranno via le poche pagnotte rimaste.

  • Ma Lei non sa quel che c'è al Mulino? Un sacco di bombe a mano lasciato dai partigiani nell'ansia di valicare il Terzolle e sfuggire ai Tedeschi....

M'inginocchiai e rimasi in at­tesa. Dopo un'ora piena di an­goscia torna il ragazzo:

- Stia tranquillo! Hanno toc­cato tutti i sacchi e non quel­lo delle bombe!...

 

Lo Spirito dell'Opera

Lo spirito dell'Opera è spiri­to di umiltà e di sacrificio che promana dalla fede sincera e fi­liale nella Provvidenza Divina. L'Opera vuole dare ai piccoli ed agli umili quel posto che ad essi assegna il Vangelo : quindi per essi le sue predilezioni.

Li unisce in piccole famiglio­le, li circonda delle cure più affettuose, crea intorno ad essi un'atmosfera di serenità e di bontà, in una parola essa vuo­le essere la vera famiglia dei sen­za famiglia. Allora il dolore non spingerà più all'intima ribellio­ne, ma sarà riconosciuto ed ac­cettato come mezzo di elevazione, di partecipazione alla azione redentrice di Cristo.

Gli orfani sono accolti anche a due anni di età; in generale vengono dimessi quando la loro sistemazione nella vita è sicura e dignitosa. L'aspirazione di co­loro che hanno attitudini allo studio non è soffocata, ma anzi incoraggiata e sostenuta. Per co­loro invece che non hanno atti­tudine allo studio si sono aperte scuole professionali, in via di notevole sviluppo perché il mondo del lavoro richiede sempre più operai specializzati.

L'Opera vuoi fare dei suoi al­lievi veri artigiani che, per lim­pidezza di fede, costanza di pre­parazione, genialità di iniziativa, per il dolore stesso che ha segnato la loro vita, cooperino alla elevazione del mondo ope­raio.

L'Opera per il suo spirito, per i suoi frutti è amata dal popolo fiorentino che non tralascia oc­casione per manifestarle il suo affetto generoso.

Il Presidente del­la Repubblica, su proposta del Ministro della Pubblica Istruzio­ne, ha conferito all'Opera "Ma­donnina del Grappa" la meda­glia d'oro come benemerita del­la cultura e della istruzione.

L'Opera non ha un metodo proprio di educazione, ma vuo­le creare nelle singole case, per quanto è possibile, un'atmosfera di fede, di fraternità in modo che ciascun ragazzo manifesti la propria personalità che in ogni evenienza sarà salvaguardata ed intensificata.

Due problemi: Catechismo e stampa religiosa

Non è detto però che l'Ope­ra abbia tutti i ragazzi modello: purtroppo si presentano spesso fanciulli che provengono da am­bienti nefasti e che la carità spinge ad accogliere. Ma ci si accorge subito che vano è ogni tentativo di atrofizzare le conse­guenze di tare ereditarie tre­mende. Anche la carità la più vigile, la più comprensiva, la più materna spesso è costretta a dichiararsi impotente davanti a certi casi che rivelano ro­vine di un passato burrascoso di coloro che hanno cooperato a dare la vita a poveri esseri me­nomati. Non rimane allora che la preghiera: soltanto Gesù può compiere il miracolo, inviando all'Opera apostoli che di fron­te a miserie senza nome sappiano dominare se stessi e tendere la mano a poveri infelici che implorano soccorso.

L'Opera non accetta menomati di mente perché la convivenza coi sani sarebbe difficile. I ten­tativi fatti sono tutti falliti.

L'Opera però accetta fanciul­li minorati nelle membra che abbiano attitudini allo studio e vogliano seriamente prepararsi il loro avvenire.

Un' attenzione particolare di delicata carità l'Opera ha sem­pre avuto verso i giovani che, non sentendo più vocazione, la­sciano il Seminario o il Con­vento. Si trovano in una situa­zione penosa, non avendo studi legalmente riconosciuti. L'Opera liaccoglie e da loro modo di proseguire, se ne hanno disposi­zione, gli studi ed aspirare così ad una professione. E' necessario però che dal Rettore sia garan­tita la moralità del raccoman­dato. Domani nella vita saran­no riconoscenti all'Opera e al Seminario.

Il programma dell'Opera non si limita alla assistenza degli or­fani e dei fanciulli abbandonati, ma comprende altri punti fra i quali l'azione catechistica in pie­no accordo con la Commissione Catechistica Diocesana.

Purtrop­po le masse operaie hanno apo­statato. I contadini vanno per­dendo il senso del divino e si intruppano con le masse operaie. La crisi è preoccupante perché l'ignoranza religiosa rende più difficile liberarsi dai pregiudizi. L'Opera ha il compito di orga­nizzare settimane catechistiche, conversazioni religiose e prepara­zione di fanciulli e giovinetti al­la prima Comunione. Firenze ave­va un'Opera simile per i giovi­netti dai 12 a 14 anni, che per varie ragioni non furono presen­tati alla Comunione in parroc­chie, ma le vicende l'hanno tra­volta.

La preparazione alla pri­ma Comunione, nella storia in­tima di ogni anima, ha conse­guenze importanti: essa infonde nell'anima freschezza e tenacia di propositi; decide spesso di tutta una vita.

L'Opera dedicherà qualcuna delle sue case a questo apostolato che darà frutti non vistosi, ma sicuri per l'avvenire di tan­ta gioventù.

Leggendo i "considerando"cheS. Em. il Card. Arcivescovo ha premesso al Decreto di ere­zione dell'Opera in Ente Ec­clesiastico (24 Giugno 1942) si comprendono sempre meglio le sue pene, le sue angosce, le sue aspirazioni. La grande sua preoccupazione sono i fanciulli ed i giovani : "Inutile - Egli dice - sarebbe prodigare cure al popolo se poi si trascurano i fanciulli e gli adolescenti che sa­ranno gli uomini del domani". Accenna poi con amarezza agli sforzi degli acattolici di strap­pare anime alla Chiesa. (A Rifredi hanno un collegio proprio, Avventista).

Nel campo catechistico l'Ope­ra poco ha potuto fare perché tutta protesa verso i fanciulli che invocano pane, affetto e gui­da e che affluiscono da ogni par­te. Ogni giorno nuove, insisten­ti domande. E' pianto represso di poveri padri senza lavoro; di mamme che non hanno pane per le loro creature; di teneri innocenti nell'abbandono più de­solante. Come opporre un rifiu­to? Si aprono nuove case, si restaurano vecchi edifici e si adattano ai bisogni nuovi. Ormai la volontà divina sull'Opera èchiara e precisa. Il numero di coloro che si consacrano all'O­pera e ne accettano l'impegno è purtroppo esiguo e ciò spiega perché l'Opera non ha potuto ancora svolgere in pieno il suo programma.

Nel periodo bellico e post-bellico l'Opera continuò a pubbli­care il giornaletto "Vita Parroc­chiale"rimasto unica voce cri­stiana senza compromessi e sen­za imposizioni nella Diocesi ed aiutò i singoli rami dell'Azione Cattolica a riprendere le pubbli­cazioni.

Assunse le responsabilità del giornale "Giovani" che nell'afoso e nebbioso dopoguerra portò un alito di nuova vita. L'Opera, sviluppando il proprio stabilimento tipografico si ripro­mette di andare incontro ai bi­sogni ed ai desideri del Parroci e portare il suo contributo alla diffusione della buona stampa.

Opera e Parrocchia

L'Opera non è stata di osta­colo alla vita parrocchiale. Lo dico con ferma coscienza: non vi è stata manifestazione di fe­de alla quale i figli della Madonnina non abbiano partecipa­to, portando una nota di freschez­za e di entusiasmo. L'Opera non ha intralciato la raccolta per al­tre istituzioni benemerite; la S. Filippo, la S. Vincenzo, la Ven. Misericordia che, cessata la guer­ra riparati i locali, ha sempre nuovi sviluppi. E' una delle Mi­sericordie più attive: dai quattro o cinque fratelli, che parteci­parono nel 1913 alla processio­ne del Corpus Domini si è giun­ti oggi alla partecipazione di cir­ca 300 fratelli.

L'Opera è sorta a Rifredi. Tut­ti i parrocchiani l'hanno soste­nuta ed aiutata nei suoi inizi e nei suoi sviluppi, ne hanno vissuto gioie, dolori, angosce.

A Rifredi s'incontrano le due città: la città del dolore, i cui padiglioni ospitano le più va­rie sofferenze fisiche e morali; la città del lavoro coi suoi vasti e vari stabilimenti. Punto di con­giunzione delle due città, l'an­tica Pieve, le cui pietre auste­ramente ammoniscono ed in cer­te circostanze sembrano avere palpiti di nuova giovinezza. Pres­so la Pieve, l'Opera Madonnina del Grappa, umile e vivente apologia della Provvidenza Divina.

Da Rifredi nelle ore più dif­ficili e penose ho sempre at­tinto conforto e comprensione.

Quando fui malato, gli operai della Galileo vollero assumersi tutta la spesa della degenza in una casa di cura a Bologna. Da­gli operai della Galileo fu isti­tuita la raccolta mensile per l'O­pera. In circostanze particolari anche altri stabilimenti come la Manetti e Roberts, La Superpila, La Muzzi, la Siette, (che crea debiti immaginari cogli orfani per aver poi la gioia di pagarli) ed altre manifestarono e manifesta­no tuttora il loro affetto e la loro comprensione all'Opera.

I bimbi delle scuole, con la "Matteotti" in testa, inviano spesso il frutto dei loro sacrifici. Dio solo sa quale valore es­si hanno per il domani dell'O­pera.

Un giovane dottore porta ogni mese con tanta luce nello sguardo una percentuale dei suoi guadagni.

Nella Parrocchia l'Opera ha certamente suscitato uno straor­dinario fervore di carità: gran parte delle offerte colle quali ho potuto far fronte ad impe­gni inderogabili, mi è giunta dai parrocchiani in una gara di amore davvero commovente.

La Provvidenza nei suoi dise­gni, che sono sempre disegni di bontà e di misericordia, ha so­speso per il momento, che l'O­pera e la Parrocchia fossero unite nell'aiuto vicendevole.

Il futuro

Quali disegni prepara domani per l'Opera la Provvidenza Di­vina? Già essi albeggiano nell'in­timo dell'anima. Quando scoc­cherà l'ora segnata dalla Provvi­denza l'Opera ripeterà con tutto lo slancio ed il fervore: "Signore, sia fatta la tua volontà!"

Guardo il piccolo manipolo di sacerdoti che intendono consa­crarsi all'Opera: sono pochi, ma il loro numero si accrescerà.

Allora Rifredi sarà davvero - come ha preconizzato fin dal 1948 Don Giovanni Calabria, che dis­sipò tanti miei dubbi e tante mie incertezze - "un grande faro di luce, un incendio di carità".

La presenza dei sacerdoti mi assicura che l'Opera vivrà e con­serverà il suo spirito di abban­dono alla Provvidenza e di ade­renza ai sempre rinnovati biso­gni della società, dove purtrop­po il messaggio evangelico è spes­so frainteso e misconosciuto.

Risuona spesso nell'intimo del­l'anima, ad incoraggiamento ed a conforto, la voce del Vicario di Cristo, che nella memorabile udienza del 16 ottobre 1949, pre­senti circa 400 orfani, chiese al Signore che "l'Opera della Ma­donnina del Grappa riaffermi la sua esistenza e dilati i suoi frutti, estendendo la sua azione benefica ad ogni sorta di mi­seri e di umili e portando il balsamo della speranza cri­stiana ovunque si lavori e si soffra".

Firenze, Settembre 1957

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