San Giulio

31 gen

San Giulio: una ricorrenza che ogni anno raduna la grande famiglia dei figli e degli amici dell’Opera Madonnina del Grappa” per quello che ormai da anni tutti chiamano “l’onomastico del Padre”.

Il ricordo di don Giulio è da sempre uno stimolo per, come ha detto don Corso Guicciardini, ritrovare le radici dello spirito e del carisma dell’Opera, per renderla sempre più all’altezza del compito che il suo fondatore si è sempre prefisso ed è testimoniato dalla scelta del motto “credidimus charitati”, abbiamo creduto alla carità, cioè all’amore di Dio per tutti gli uomini.

Come ha sottolineato anche il cardinale Silvano Piovanelli nella sua omelia nella celebrazione nella Pieve di Rifredi il Padre, don Giulio, rimase sempre fedele a questo motto declinandolo con forza e determinazione nelle circostanze e nelle situazioni storiche nelle quali si trovò a vivere.

Volendo mantenere questa fedeltà al carisma originario, da alcuni anni l’Opera porta aventi una riflessione e una ricerca su come incarnare oggi il carisma di don Facibeni, per non correre il rischio di diventare una delle tante opere sociali, una pur benemerita organizzazione caritativa.

Quest’anno abbiamo riflettuto su “Cooperazione, povertà e territorio” alla luce dell’Esortazione Apostolica “Evangelii gaudium” e dell’Enciclica “Laudato si’ ” di papa Francesco.

Ci hanno aiutato in questa ricerca Salvatore Esposito, presidente della “Rete del Mediterraneo solidale” di Napoli, Ciro Bianco, direttore della comunità il “Pioppo” di Somma Vesuviana, Leonardo Magnani, presidente dell’Associazione “don Giulio Facibeni” di Montecatini Terme coordinati da Andrea Campinoti della Cooperativa “Rifredi insieme”.

È impossibile riassumere i contenuti trattati nel corso di un’intera mattinata di fronte ad un pubblico numeroso e attento. Possiamo solo dire che si è avvertita la necessità di superare la logica dell’assistenzialismo puro e semplice, che risponde sì ai bisogni primari delle persone, ma che non riesce a restituire loro la dignità di uomo e di donna responsabili e proprietari del loro avvenire.

Chi opera guidato dalla carità – è stato detto - non può, come sosteneva già don Facibeni e come sottolinea fortemente oggi Papa Francesco, limitarsi alla funzione di “tappabuchi” e di “rattoppo” degli squilibri della società dei consumi che si basa sulla finanza e sul falso dogma della “crescita infinita”, che produce solo scarti umani.

Quello che i relatori hanno proposto, e già nel loro ambiente stanno sperimentando, è la possibilità di un cambiamento della società non attraverso il potere nelle sue varie accezioni, ma costruendo reti locali di solidarietà, legate al territorio e alla conoscenza reciproca. Quello che don Facibeni chiamava l’interessarsi e il partecipare dal di dentro ai problemi di chi ci vive accanto.

Ciò è possibile non attraverso le istituzioni elefantiache che poi sono costrette a ricercare risorse e appoggi nell’ambito politico e finanziario diventandone succubi. Ma attraverso microrealtà e microrealizzazioni che, facendo rete fra loro, coinvolgano le persone facendole sentire responsabili e partecipi di una ricerca che sia capace di sviluppare competenze e saperi di cui spesso non sono neppure avvertite.

Fra i tanti problemi oggi stiamo vivendo quello della violenza e del non riconoscimento dell’aiuto che da molte parti viene offerto attraverso le molte strutture assistenziali più o meno pubbliche. Ciò è dovuto al fatto che questo aiuto viene percepito non come la proposta di un rapporto, ma solo come una elemosina che una volta cessata lascerà l’assistito alla mercé di una società che il Papa definisce di rapina.

Questo può sembrare una prospettiva utopica, ma bisognerà tenere presente che ogni piccolo passo nella direzione dell’assunzione di responsabilità da parte di ciascuno possiede la grande forza del simbolo. A questo proposito sono stati citati due esempi: quello del piccolo studente sconosciuto che il 4 giugno 1989 da solo e completamente disarmato si parò davanti a una colonna di carri armati a Pechino, in piazza Tienanmen e quello del Vicequestore Maria Teresa Canessa che, a Genova il 27 gennaio scorso, togliendosi il casco antisommossa e dando la mano ad un dimostrante ha scongiurato lo scontro di piazza tra gli scioperanti e polizia.

Una giornata questa dell’onomastico del Padre, che ha confermato la straordinaria visione profetica di don Facibeni e del sindaco La Pira, due uomini di Dio, che, se ascoltati, si sarebbero potuti evitare tanti dolori, lutti e nel caso del sindaco di Firenze anche guerre sanguinose. All’Opera e a ogni cristiano sul territorio la responsabilità di accogliere e mettere in pratica il motto di don Giulio: “abbiamo creduto alla carità”.

Don Paolo Aglietti

 

Scritto da Staff web

il 01 febbraio 2016

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