La CEI ha ricordato il Padre e la sua Opera

12 nov

La Pira, don Milani, monsignor Bartoletti, padre Balducci, don Bensi e tanti altri sono fra le figure che hanno illuminato la chiesa fiorentina dagli anni cinquanta in poi ed hanno, ognuno a suo modo, anticipato il Concilio Vaticano II.

Ma prima di loro e insieme a loro, a Firenze, viveva un uomo, un prete, alla cui santità si sono ispirati tutti i fiorentini di quel tempo. Quest’uomo era il pievano di Rifredi, don Giulio Facibeni del quale La Pira ebbe a dire che il Padre, così tutta Firenze lo chiamava, «Ebbe un amore sconfinato per l'uomo... Fece cose incalcolabili, non solo per il numero già rilevante di ragazzi, ma per la qualità dell'Opera, per il disegno di essa... Noialtri, il signor La Pira e tutti gli altri, siamo tutti quanti figli suoi, alimentati dalla sua carità, dalla sua speranza, dalla sua fede. Apparteniamo a Rifredi. È certo che il cuore di Firenze è a Rifredi».

L’Opera di cui parlava il sindaco La Pira era ed è tuttora l’Opera della Divina Provvidenza "Madonnina del Grappa", istituita in maniera organica nel 1924, ma che aveva avuto inizio in maniera, potremmo dire provvidenziale, per rispondere alle necessità degli orfani della grande guerra (1915-18), quelli soprattutto che furono affidati a don Giulio, allora cappellano militare, dai loro padri morti sul fronte del Grappa.

La figura di don Giulio Facibeni, il Padre, e l’Opera da lui fondata era uno degli argomenti dei "tavoli" pensati dalla Diocesi per il Convegno ecclesiale di Firenze.

Ai numerosi convegnisti che hanno partecipato con interesse e curiosità è stato presentato un breve filmato che ha sottolineato la figura di questo prete santo. Tratte dalle sue lettere e dalla memoria vivente di testimoni autorevoli come don Corso Guicciardini, don Silvano Nistri, che ha pubblicato la vita del Padre, e del Cardinale Silvano Piovanelli, che ha fatto la sua prima esperienza di prete a fianco di don Facibeni nella Pieve di Rifredi, le varie sequenze del filmato hanno reso la profonda spiritualità del Padre e la sua incrollabile e verrebbe dire incredibile fiducia nella Divina Provvidenza.

Dai pochi tratti dei suoi scritti è risultata in maniera stupefacente l’attualità della figura del Facibeni. Abbiamo udito frasi tratte dai suoi scritti che sembrano precorrere quello che papa Francesco ha detto nel duomo di Firenze.

Commoventi le testimonianze d’alcuni figli, ormai anziani, del Padre come quelle del professor Mario Graev, del professor Toni e di Rodolfo Bertocci che hanno sottolineato come quel piccolo prete, che si definiva “il povero facchino della Divina Provvidenza”, fosse a tutti gli effetti il loro “padre”. Punto di forza infatti dell’Opera è stata ed è tuttora la volontà di costituire una famiglia, “il focolare” nome che è rimasto al piccolo trimestrale dell’Opera. I “figli della Madonnina” non vivevano perciò in un istituto, ma avevano un Padre, don Giulio, e una Madre, “la Madonnina”, e come figli di una qualsiasi famiglia venivano educati e cresciuti secondo le loro capacità e aspirazioni.

Don Corso Guicciardini, che ha continuato secondo la volontà del Padre la sua opera, ha testimoniato questo intendimento, che lo ha guidato e lo guida ancora nel suo compito di presidente dell’Opera citando la lettera-testamento a lui indirizzata: “Ricorda sempre che l’Opera è per i più miseri, più deboli più infelici, che debbano essere tolti ad ambienti nefasti e pericolosi, e accolti in una casa dove si respiri una vera atmosfera di famiglia sotto lo sguardo benedicente della Madre del Cielo”.

Dagli anni cinquanta del secolo scorso molta acqua è passata sotto i ponti dell’Arno, la società è cambiata e sono cambiate le esigenze e i bisogni dei poveri e degli emarginati. Da diversi anni l’Opera ha intrapreso un cammino di cambiamento per rispondere a quelle che oggi si chiamano le “nuove povertà”. Nulla può oggi essere lasciato all’improvvisazione, seppur generosa di un tempo. Le leggi e i regolamenti degli enti pubblici impongono un approccio diverso alle varie realtà soprattutto per quanto riguarda i minori di cui l’Opera oggi si occupa. Per questo sono cessate delle attività e altre ne sono nate al loro posto.

L’oggi della Madonnina del Grappa è stato illustrato dai responsabili operativi dei vari settori.

«Gli orfani d’oggi, ha detto la dottoressa Lucia Palazzo, coordinatrice delle case d’accoglienza minori, sono ragazzi che fuggono dai loro paesi assediati dalla guerra sperando di trovare un luogo sicuro per continuare a crescere, o ragazzi che non trovano più nella loro famiglia un luogo accogliente dove vivere o ragazzi che presentano sofferenze talmente profonde da chiedere aiuto e sostegno. Ragazzi che in ultima analisi, ci chiedono un’opportunità. Oggi l’Opera ha nel suo complesso 8 case famiglia per minori ed accoglie oltre 50 ragazzi non solo a Firenze, ma anche a Galeata, paese natale di don Facibeni. L’Opera gestisce anche una casa d’accoglienza per nuclei familiari, un centro per anziani che ne ospita 40, senza dimenticare che segue anche una missione in Albania per la popolazione più povera».

«L’Opera Madonnina del Grappa prima, e la Scuola e Formazione-Lavoro don Giulio Facibeni poi, hanno proseguito, ha detto la dottoressa Antonella Randazzo, coordinatrice della scuola, a mantenere l’impegno educativo del Padre verso i giovani, specie verso quelli che sono fuoriusciti dai canali scolastici tradizionali e con le più svariate situazioni di disagio sociale, nella consapevolezza del fatto che tutto debba essere tentato per dare loro un’opportunità di riscatto sociale tramite la possibilità di trovare un lavoro dignitoso e qualificato.

I dati statistici, che tutti gli operatori del settore conoscono, ci dicono che la dispersione scolastica in Toscana è superiore alla media nazionale attestandosi a circa il 18%.

Il dato dovrebbe far riflettere chi ha poteri e responsabilità sulla scuola sul fatto che, molto probabilmente, le azioni fino ad oggi intraprese non sono sufficientemente efficaci per combattere la dispersione scolastica e/o il cosiddetto fenomeno del drop out (i drop out sono i giovani minori che hanno compiuto 16 anni e sono fuoriusciti dal canale scolastico tradizionale non avendo assolto l’obbligo formativo, essi sono i nostri utenti principali). Le problematiche legate ai giovani in drop out sono molteplici e complesse: disagio familiare, disagio personale, contesti sociali marginali, insuccessi scolastici, ecc. Volendoci agganciare alla situazione che il Padre dovette affrontare subito dopo la guerra noi abbiamo definito questi giovani “i nuovi orfani”». Il grave problema che la scuola deve oggi affrontare è la carenza di finanziamenti di qualsiasi tipo anche perché istituzioni e privati sono troppo spesso attenti alla visibilità e alla resa immediata e trascurano il sostegno ad investimenti sociali a lunga scadenza.

Ultima, ma non meno importante presenza dell’Opera Madonnina del Grappa è l’attività per i detenuti e le loro famiglie. Don Vincenzo Russo, cappellano del carcere di Sollicciano e prete dell’Opera insieme a don Corso, cura particolarmente questo settore avvalendosi di volontari e senza alcun finanziamento esterno.

Era un antico desiderio del Padre che già dal 1938 aveva istituito una “lega di preghiera e di carità per i carcerati”. Su “Vita parrocchiale” del 4 maggio 1941 leggiamo: «In settimana la Madonnina del Grappa accoglierà nelle sue braccia materne un bimbo di due anni, la cui vita è sbocciata nelle penose pareti di un carcere! L’Opera si avvia decisamente verso una delle miserie più cupe e più profonde e meno conosciute».

«Con l'apertura di “Casa Caciolle”, ha detto don Vincenzo, si è voluto dare una risposta concreta a questa necessità e a questo diritto, favorendo percorsi di risocializzazione e di reinserimento nel tessuto sociale e lavorativo.

Un’esperienza, questa, che offrendo gratuitamente e al di fuori d’ogni convenzione col pubblico un luogo d’aiuto e d’accoglienza nelle 24 ore ai detenuti che ne usufruiscono, costituisce un contributo consistente all'abbattimento della recidiva diversamente dall'indulto e dall'amnistia che sostanzialmente non fanno altro che consentire l'apertura delle porte senza offrire una minima progettualità extramuraria».

Di questa presenza dell’Opera nel carcere è frutto la costruzione dell’altare sul quale il papa ha celebrato la messa e per il quale un benefattore ha offerto il materiale ed i carcerati il lavoro. 

Don Giovanni Martini

 

Scritto da Staff web

il 12 dicembre 2015

Stampa

Cerca

Ultime notizie