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MONS. GIULIO FACIBENI (1884-1958)
L’affetto del padre
di Mario Bertini - Quinta Parte |
E sentono che è un onore far parte della Madonnina del Grappa, perché è tutta la città a custodirli e proteggerli, a soccorrerli e nutrirli, in nome di don Giulio Facibeni; perché tutta la città non ha creduto alla sua morte e lo considera ancora vivo e presente, ancora in preghiera con quelle sue mani tremanti e contorte per il morbo di Parkinson, con quel suo sguardo che io penso non sia mai stato di rimprovero per nessuno..."
Fui anch'io uno dei suoi ragazzi
Dopo queste pagine biografiche, vorrei stendere ora una riflessione strettamente personale, ma comune a molti dei miei vecchi compagni d'avventura.
Entrai nell'Opera nel 1943, praticamente senza riferimenti familiari, e ne uscii restituito alla vita, nella pienezza dei miei vent'anni con un mestiere qualificato che mi riscattò anche socialmente. Per mia libera scelta non fui avviato agli studi superiori, contrariamente a molti amici che frequentarono perfino l'Università. Ma ognuno di noi in quella affollatissima stagione delle già ricordate 1200 presenze ebbe una buona qualificazione professionale, forse la prima esperienza cittadina ancor prima che sorgessero gli istituti professionali gestiti dalle istituzioni.
Allora la scuola dell'obbligo si fermava alle elementari, ma quasi tutti i ragazzi della Madonnina del Grappa anticiparono di alcuni decenni gli obblighi statali frequentando la media inferiore. Ma quello che ci accomunò tutti, al di là dei singoli rendimenti scolastici, fu un'unica cultura di valori dispensata per tutti con la medesima preoccupazione paterna.
E, sempre a proposito di cultura, non posso non sottolineare il grande amore di don Facibeni per la diffusione, attraverso la stampa, del suo pensiero pastorale. Dal 1913, anno della pubblicazione del suo primo Bollettino Parrocchiale fino all'attuale "Il Focolare", almeno quattro testate si sono succedute, nella storia editoriale prima della Pieve di Rifredi e successivamente dell'Opera Madonnina del Grappa come voce e pensiero di don Facibeni. E nella redazione delle gloriose pagine facibeniane, insieme a firme illustri - Balducci, Bargellini, La Pira, Rosadoni, Carrara, Bucci, Giordani, Lucarini, Barsotti, Bartoletti, Nistri, Piovanelli... non mancò mai il prezioso contributo di alcuni suoi sacerdoti don Corso, don Nello, don Nesi, don Carlo integrate da molti dei suoi ragazzi universitari Torniai, Graev, Quattrini...
Un'altra peculiarità della Madonnina del Grappa che anche in questo ebbe posizione d'avanguardia fu la gestione delle singole case, con una formula da "casa-famiglia" dove i ragazzi più grandi, quasi tutti universitari, si trasformavano in insegnanti interni aiutando i più piccoli alla frequenza degli studi dell'obbligo.
Altra caratteristica, assolutamente inesistente in altri collegi, l'assenza di limiti di età, sia al momento dell'ingresso che per le dimissioni: si entrava per accoglienza di un bisogno estremo e si usciva, al di là dell'età, dopo aver assicurato a ciascun ragazzo la propria autonomia sociale ed economica.
Un altro aspetto che merita attenzione: specialmente negli anni della fondazione l'Opera di don Facibeni fu intesa come orfanotrofio per orfani di guerra. Successivamente si aprì ad altri orfani per decesso naturale, o accidentale, dei genitori, allargando sempre più il suo cuore all'accoglienza di ragazzi vittime di altre privazioni familiari: genitori gravemente ammalati, figli di carcerati, di deportati, di ebrei e perfino di perseguitati politici. E non mancarono presenze di ragazzi con entrambi i genitori in vita, molto volenterosi nello studio, ma impossibilitati a studiare per carenze economiche familiari. Tutto questo per dire come a don Facibeni interessasse soprattutto il recupero, ed il conseguente sviluppo, di ogni ragazzo che intendeva rigenerare appieno nella preziosissima dimensione di uomo.
Grazie a questa straordinaria pedagogia dell'amore, evitando il rischio di interpretare l'azione facibeniana come una grande espressione di intervento sociale, occorre aggiungere che la Madonnina del Grappa non ha mai cessato di essere una vera, legatissima famiglia dove ogni membro, sacerdote o singolo ragazzo, si è sempre sentito protagonista. Il valore aggiunto dell'Opera di don Facibeni, rispetto a molte altre istituzioni ugualmente benefiche, sta tutto qui ed è sintetizzato, in modo sublime, nel motto evangelico che il Padre stesso volle scegliere quasi come sua carta d'identità: "et nos credidimus charitati".
A queste riflessioni strettamente personali, potrei aggiungere un episodio meno conosciuto che aggiunge caratura al carisma sacerdotale di don Facibeni. La testimonianza è attendibile perché sottoscritta, oltre che raccontata, dal grande maestro Pietro Annigoni e si riferisce a quanto abbia influito, sulla conversione personale del famoso pittore, l'impatto diretto con la figura di don Facibeni: "Dopo aver visto lo sguardo di don Facibeni non si può dubitare dell'esistenza di Dio". Annigoni, si sa, era un uomo abbastanza parsimonioso di parole, ma questa sua dichiarazione, rilasciata dopo aver consegnato alla Madonnina del Grappa un ritratto del Padre, lascia chiaramente intendere quanto peso abbia avuto, sul suo concetto dell'Aldilà, la personale amicizia con don Facibeni. E, a integrazione di ciò, mi preme aggiungere che lo stesso Annigoni, ad una domanda della scrittrice Paola Giovetti che aveva scritto un libro inchiesta sul Paradiso, non ebbe nessuna difficoltà a risponderle: " ...Ho conosciuto due persone sul viso delle quali ho letto il Paradiso: una è don Facibeni... l'ho incontrato alcune volte in vita mia, e da ultimo lui soffriva tanto, era tutto ingobbito, incurvato, aveva le mani gonfie, rattrappite, deformi... Ricordo che l'ultima volta che andai a trovarlo non stava più in piedi. Girò la testa verso di me con uno sguardo di tale dolcezza e serenità che io mi dissi che se quell'uomo soffriva tanto e tuttavia aveva riflessa sul volto quella dolcezza meravigliosa, voleva dire che partecipava già a un'altra dimensione..."
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